martedì 11 ottobre 2011


La fotografia sociale

La capacità dell'uomo di commuoversi, scandalizzarsi, sentirsi impotente, ritenere necessaria la denuncia, arrabbiarsi, disperarsi davanti a scene di cruda realtà sono il motivo dell'esistenza della foto sociale.
Si riconosce in Jacob A. Riis (1849-1940) il ruolo di primo vero rappresentante della foto sociale; le sue immagini hanno raccontato il grado di miseria di New York. Riis è stato il primo a capire che le immagini potevano arrivare oltre qualunque descrizione.
Riis è riuscito ad applicare con profitto l'utilizzo della tecnica fotografica alla denuncia sociale.


Beaumont Newhall, in Storia della fotografia scrive: "...la luce accecante rivela con impietosa minuzia i sordidi interni, ma illumina quasi con tenerezza i visi delle persone condannate a viverci dentro. Guardò sempre con simpatia la gente, sia che fotografasse gli Street Arabs (ragazzi di strada) che rubavano da un carretto, o gli abitanti del vicolo noto come Bandits' Roost (covo dei banditi) che fissavano con arroganza l'apparecchio dalle porte, dai balconi, dalle finestre. Queste fotografie sono importanti non solo come fonte di informazione, ma anche per la loro forza emotiva. Sono nello stesso tempo interpretazioni e testimonianze; pur non essendo più attuali, hanno qualità che dureranno fintanto che l'uomo si interesserà dei suoi fratelli."

Oggi siamo "abituati" a vedere messe in primo piano le immagini che raccontano la povertà, il degrado. Spesso pubblicate senza conoscerne gli autori, queste foto troppo spesso non colpiscono neanche gli utenti, assuefatti al degrado quasi fosse endemico alla società.

Non facciamo che sia così.
"Esiste, in effetti, un'influenza tra la nostra consapevolezza dei problemi sociali e la loro rappresentazione. Ma se da un lato la diffusione della fotografia sociale ha, in larga misura, contribuito a rendere questi problemi ciò che sono in realtà, e cioè le più grandi sfide della nostra società, dall'altro è anche vero che questa diffusione comporta dei rischi quali la banalizzazione delle immagini, l'abitudine a quanto dovrebbero denunciare, il disinteresse del pubblico, la saturazione dei mezzi di comunicazione, la spirale dell'orrore...
Bisogna, quindi, che i fotografi si impongano una deontologia e che l'utilizzo delle immagini rispetti un'etica rigorosa. Bisogna anche che ognuno, davanti alla rappresentazione di sofferenza e ingiustizia, mantenga intatta la capacità di commuoversi, di rifiutare e di ribellarsi." da "La fotografia sociale" di Michel Christolhomme.