sabato 24 marzo 2012

Il fotografo ambulante

I fotografi ambulanti macinavano chilometri e chilometri, spesso sul dorso di muli, forniti di fondali dipinti, di un set formato dall'immancabile treppiedi e della macchina a chassis, per raggiungere paesini sperduti, a volte case sparse sulle colline, tra le montagne, in mezzo a distese di verde... pur di raggiungere papabili clienti. Questi clienti si presentavano in forma compatta: la famiglia intera riunita si premuniva di indossare l'abito della festa, posizionando le sedute in maniera tale da rispettare la formazione di "importanza" all'interno del gruppo; la faceva franca solo l'ultimo nato, che non reggendosi in piedi da solo finiva per trovarsi al centro in braccio alla madre.

Questo tipo di foto pur nella sua ingenuità già all'epoca, parliamo di una foto appartenente agli inizi del 900, dava al soggetto la possibilità di essere in un luogo "diverso". Il fondale dipinto, ma anche un lenzuolo od una coperta nei casi in cui il fotografo non fosse fornito di quelle splendide pitture corredate di colonnine, scaloni di marmo e panoramiche terrazze, consentivano al soggetto di essere trasportato metafisicamente in un posto più dignitoso, meno povero.
Ma il ciglio della strada, il contesto generale che la foto non esclude non rende comunque evidente la piccola truffa? Probabilmente i soggetti sono troppo ingenui per accorgersi anche di questo dettaglio: l'importante è essere tutti vestiti bene e con le scarpe ai piedi.

In realtà anche la foto in studio in quegli stessi anni si giovava di fondali dipinti e tavolini ai quale poggiare gomiti in eccedenza, ma per la sua ingenuità e per le facce seriose dei soggetti, quella in strada mi ha da sempre conquistata di più.

Quante volte prima di accontentarci dello scatto cambiamo le pose e gli sfondi. A modo suo anche questa foto lo fa. Consente ai soggetti di essere "al meglio", dal loro punto di vista, chiaro. Mi sembra che la foto abbia da sempre assolto alla funzione di "specchio del reame". Probabilmente non per la sola vocazione al ritratto, per il quale, d'altronde è sempre stata largamente utilizzata, ma proprio per la possibilità di specchiarci in essa meglio di come siamo, di come ci vediamo. Proprio per questo la famiglia intera, oltre che il singolo, doveva essere in pompa magna: per dimostrare al mondo la sua "buona" condizione. Allo stesso scopo vi sono una serie di immagini risalenti al primo conflitto mondiale, in cui negli studi fotografici appaiono solo le donne con figli. Sono foto destinate al padre militare in guerra, foto che spesso annunciano meglio di qualunque scritto, ad esempio, che il figlio atteso è arrivato, che i più grandicelli stanno bene e che la moglie lo attende. Tutte queste cose? sì. La foto è tutte queste cose.
Alberto Baldi, professore di antropologia presso la Federico II, ha scritto tanto e bene a proposito di questo genere di foto, in particolare sulla fotografia lucana, e per suo conto nel 1995 mi trovai a svolgere una ricerca in Basilicata sui fotografi d'archivio. Il Centro Dipartimentale per lo Studio della Cultura Popolare, dell'Università di Napoli Federico II, ha un archivio molto fornito di tali immagini. Si tratta di una raccolta di valore demologico inestimabile capace di raccontare la storia della famiglia, dell'emigrazione, della vita e della morte, delle tradizioni religiose e di quelle pagane della Basilicata. Baldi aveva scovato una raccolta di stampe da dagherrotipo di oltre cento fotografie. Del fotografo che le aveva scattate, però, non sapevano nulla se non della sua origine melfese. Con una collega antropologa, Silvana Chianese, facemmo tappa a Melfi. Dopo varie infruttuose visite un'insegnante della scuola elementare che collaborava con il Centro ci accompagnò
da un'anziana parente. La signora aveva 92 anni. Le mostrammo le stampe sperando che riconoscesse qualcuno nelle immagini. Erano tante. Nello sfogliarle la signora sorrideva e annuiva. Con le lacrime
agli occhi ci indicò in un gruppo familiare una neonata, vestita con l'abito in fasce lungo oltre i piedi che si metteva ai bimbi il giorno del battesimo. Una cuffietta bianca completava l'abbigliamento. Con dolcezza e commozione ci disse: "Quella bimba ero io". Non dimenticherò mai quel momento. Mi sentivo meglio di Colombo! Avevo le lacrime agli occhi anch'io mentre la signora dava nomi e storie a tutta la collezione, fotografo compreso.
Da quel giorno ho capito che nessun lavoro nella vita mi avrebbe potuto dare di più di quello dell'antropologia.