Cosa ne saprebbe la maestra di Udine della guerra se non fosse documentata anche dalle foto di chi LAVORA LAVORA LAVORA giorni e giorni per raccontarla attraverso le immagini? Cosa ne saprebbe il fabbro di Oristano della fame del mondo, della lotta tra etnie africane, della siccità se qualcuno non si appostasse per catturare con l'obiettivo l'immagine capace di catturare l'attenzione in mezzo a dieci milioni di altre immagini?
Com'è bello poter votare l'ingiustizia di una foto "crudele, si badi bene crudele per un contenuto che è solo "ritagliato" e non provocato da chi la scatta, belli comodi alla scrivania di casa propria...
Eppure di quelle foto tutti si cibano per denunciare lo scandalo!!! In quanti blog hanno pubblicato la foto questa foto scattata per offrire forza alla propria denuncia? Prima di dare voti facili pensate seriamente.
(La foto fu scattata l’8 giugno 1972 a Trang Bang, a pochi chilometri da Saigon, dopo un bombardamento aereo con bombe al napalm. La bimba che fugge terrorizzata è Kim Phuc, allora aveva nove anni. Oggi Kim vive in Canada, è ambasciatrice della pace per l’Unesco e dirige una fondazione per aiutare i bambini vittime di guerra. La foto fu scattata da Nick Ut e gli valse il premio Pulitzer.)
lunedì 30 luglio 2012
Oggi il Corriere della Sera promuove un sondaggio:
Fermi a fotografare chi chiede aiuto
Dalle violenze in casa ai bimbi denutriti: davanti a persone che soffrono è giusto che un reporter non intervenga?
Dal nostro inviato DAVIDE FRATTINI
TEL AVIV - La bimba striscia incurvata dalla fame, cerca di raggiungere un centro di aiuto, è il Sudan annientato dalla carestia. Un avvoltoio la pedina, prende tempo: se la piccola perde, lui vince. Kevin Carter passa mezz'ora con l'obiettivo puntato sulla scena, l'indice pronto a scattare, spera che l'uccello apra le ali, vuole ottenere un effetto ancora più drammatico. «Ho aspettato e aspettato, alla fine ho fatto la foto, ho cacciato via l'avvoltoio con una pedata e me ne sono andato». L'immagine viene pubblicata sulla prima pagina del New York Times, nel maggio del 1994 Carter vince il Pulitzer, quella bambina diventa la sua ossessione. Perché tutti vogliono sapere se sia riuscita a salvarsi. «Non ne ho idea, me ne sono andato sotto un albero a piangere, parlare con Dio e pensare a mia figlia», risponde il reporter sudafricano. Lo accusano di essere lui il predatore. Due mesi dopo aver ricevuto il premio che potrebbe spalancare la sua carriera, Carter decide di chiuderla. Lascia un biglietto sul sedile del pick-up rosso dove si uccide: «Sono perseguitato dai ricordi degli omicidi e dei cadaveri e della rabbia e del dolore... dei bambini affamati o feriti, degli uomini folli dal grilletto facile, spesso la polizia, dei boia».
ATTACCHI KAMIKAZE - Ci sono incroci a Tel Aviv che Ziv Koren cerca ancora di evitare, bar dove non è più tornato. Nel 2000 il World Press Photo ha decretato uno dei suoi scatti tra i 200 più importanti degli ultimi 45 anni: la carcassa di un autobus sventrata, l'attentato è appena avvenuto, i volti contorti dall'esplosione ancora riconoscibili. «I ricordi delle bombe sono troppo resistenti. Attorno al mio appartamento ci sono stati otto attacchi kamikaze e io correvo lì pochi minuti dopo. Ma il lavoro non è riuscito a distruggere il mio rapporto con la città, come le cicatrici non cambiano il rapporto con il tuo corpo». Il Guardianha indagato le ferite che i fotoreporter si portano dentro, i rimorsi per aver continuato a fare il proprio lavoro mentre qualcuno lì attorno viene ucciso o massacrato di botte. «La sensazione - spiega Greg Marinovich, amico di Kevin Carter, al quotidiano britannico - è di essere stato un vigliacco, di non essere intervenuto».
TESTIMONIARE - A Koren è successo nella Città Vecchia di Gerusalemme, seconda Intifada. «Mi sono trovato in mezzo all'assalto contro una garitta di soldati israeliani. Centinaia di palestinesi, sentivo le urla dei militari, chiedevano aiuto, non avrei potuto fare nulla, sarei diventato io stesso un bersaglio». Considera testimoniare più importante che intervenire: «È il nostro compito. La foto di Carter ha denunciato quello che stava succedendo in Africa, ha fatto di più per quei bambini di qualunque organizzazione non governativa». Negli ultimi venti mesi Loris Savino ha inseguito le rivolte arabe per il progettoBetweenlands. «Quando pensi di poter dare una mano lo fai - commenta Savino, in Israele con il videomaker Marco Di Noia -. Sono stato a lungo nei ghetti di Nairobi, assieme ai bambini di strada che sniffano la colla. Abbiamo comperato le medicine per loro, ma non è il ruolo di un fotoreporter. I volontari ci dicono: siete degli squali. Il nostro lavoro è documentare, aiutare con le storie che raccontiamo. Non possiamo diventare dei missionari».
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