lunedì 1 ottobre 2012




PARTICOLARI
FOTO DI PRIGIONIA



Zio Umberto mi ha lasciato in eredità un mare di consigli saggi, tipo: “Ci si abitua a tutto”, e ne aveva ben donde. Con la stessa divisa, ugualmente inadatta, aveva affrontato da prigioniero sia il freddo della Russia che il caldo africano, approdando poi in Arizona. È comprensibile che nella seconda parte della sua vita non amasse molto viaggiare.
Tra i tanti ricordi e le poche cose che aveva portato con sé dopo la guerra e la prigionia spiccano due giornali. Il primo “The Sand Storm” è un vero e proprio giornale fotografico, una sorta di depliant dal quale si evince che i prigionieri americani, poiché si diventa proprietà del popolo che ti raccatta, vengono trattati come se fossero in un campo estivo.

Accanto alle foto  con ufficiali e segretarie dall’aria rassicurante e sorridente, vi sono un odontoiatra all’opera, farmacisti, un beccaio nel frigo che seleziona quarti di bue giganteschi destinati a sfamare gli affamati della guerra, elettrauto e pasticceri… tutti alacremente all’opera alcuni da militari altri da prigionieri. Il giornale è composto esclusivamente da foto in bianconero. Riesce bene nell’intento di fornire un aspetto umano a chi potrebbe con ben altri atteggiamenti occuparsi del detenuto per guerra.
 Anche le pose militari, paradossalmente, mi sembrano più rilassate, come se fossero lì veramente a garanzia della pace… del campo di prigionia. Ma credo di essere fortemente influenzata dal ricordo di zio Umberto che visse quel periodo quasi come felice dopo l’orrore che aveva attraversato i suoi occhi in special modo in Africa. Non so come avesse fatto in sei anni ad attraversare tutti quegli spazi… so però che quella americana dovete apparirgli come un’insperata oasi.

D’altra parte ricollocati anche in un lavoro che non fosse “forzato” dovette sembrargli un miracolo, come quello di poter aver a che fare con la farina: lui che è stato pasticciere tutta la vita. Di questo giornale fotografico che conservo gelosamente quasi che possa sbiadire al punto di non riconoscerne più neanche le immagini bianconero mi rimane particolarmente impresso l’odore che è lo stesso di mio zio, passato a miglior vita oramai da più di quindici anni. Ma poiché questo blog si occupa di fotografia ed è su questa che mi piace girare intorno e lavorare sottopongo alla vostra attenzione un dettaglio comune a quasi tutte le immagini che riguardano i prigionieri, ma che mi fa particolarmente soffrire per i detenuti-musicisti:




Nessuno ha diritto alla faccia. Persino il suonatore di fisarmonica è pietosamente piegato su se stesso per non offrire il volto alla macchina fotografica. Certo la mente corre a quelle immagini, ben più tristi dal momento che ritraggono militari senza scrupoli che adoperano il prigioniero come la fiera ottocentesca cacciata dal colono. Uomini che adoperano il ritratto fotografico a testimonianza e trofeo della propria supremazia e della propria ferocia inferta ad un prossimo disarmato.  Ciononostante quest’orchestrina mi fa venire le lacrime agli occhi. Forse zio Umberto sarebbe più bravo a spiegare perché.