giovedì 7 febbraio 2013

IL TEMPO GIUSTO PER LO SCATTO GIUSTO



«Inverno a Cracovia» è il titolo di questa foto realizzata da Martin Ryczek.

La bellezza indiscussa di quest'immagine è sicuramente nel soggetto che mette in relazione l'uomo con la natura, ma pure certamente il perfetto equilibrio di bianchi e neri che il fotografio ha magistralemnte saputo "creare". Per questo "scatto perfetto", infatti, Ryczek  ha preparato per giorni il suo set, calcolato la giusta prospettiva, scelto tra tanti tempi, IL tempo giusto... LO scatto giusto è quindi il frutto di u na serie di scatti scartati.
 
 
Dal Corriere della Sera > LO SCATTO - «La foto "Inverno a Cracovia" è stata pensata e studiata», ha spiegato il fotografo. Che aggiunge: «In testa avevo una certa idea, ma stavo aspettando il momento giusto per realizzarla». L’idea gli è infatti venuta durante una delle sue abituali passeggiate lungo la Vistola. Dunque non si tratta solamente di fortuna: è anche il frutto di tanta pazienza. La stupenda immagine ha richiamato paragoni importanti, come i lavori del celebre fotografo americano Ray K. Metzker, noto per le perfette giustapposizioni luce/ombra e per l’uso bipolare del bianco e nero. /





http://www.corriere.it/cronache/13_febbraio_05/fotografia-perfetta-diventa-virale-inverno-cracovia_d9662296-6f72-11e2-b08e-f198d7ad0aac.shtml

sabato 29 dicembre 2012

FOLLIE

Follie mie, follie della rete...
Guardo il film "In time"(da vedere!!), mentre rispondo a qualche mail con il computer sulle ginocchia. Finito il lavoro mi passa per la testa di digitare a caso una serie di nomi che traggo dai protagonisti dello schermo, scegliendo la ricerca per immagini di Google... vengono fuori foto incredibili, allora provo ad inventare io dei nomi... a caso..., nomi inglesi, americani... L'idea è da "sociologi senza metodo", ma i risultati della ricerca casuale sono veramente interessanti... come dimostra la foto ottenuta inventando il nome di "Dorothy Smith".




venerdì 30 novembre 2012

LE OCCASIONI



Festa di compleanno.
Comincio con qualche scatto a caso, tra gli amici che chiacchierano, i bimbi che giocano, le persone più anziane sedute a circoletto con un occhio buttato lì a riprendere qualche bimbo più incauto che rischia l'osso del collo, mentre la mamma del bimbo, distratta, è occupata a godersi la compagnia di un coetaneo col quale discorrere, comunque, del figlio, novanta su cento.
Poi è la volta dell'apertura del regalo dell'amico appena arrivato, del "giullare" del gruppo che decide all'improvviso di smuovere un po' il clima... clima che non aveva alcuna intenzione, in realtà, di passare da rilassato a concitato...  Sono queste le foto più buffe, quelle che riprendono soggetti rimasti con la bocca aperta, con la mano a mezz'asta... foto che necessitano del commento di un presente allo scatto, altrimenti risultano incomprensibili...
Riprendere le mise, le cibarie, le coppie, fino al momento fatidico della torta.


Questa foto è tratta dal sito calabrese di un'associazione culturale (http://www.borgochianura.it/) che riserva alle foto una parte davvero interessante, con tante categorie nella sezione album foto degli amanteani (musicacalciosiccatiil temposcuolaamiciabenadicaper manolavorocapellonifratelliamicigemellibelli,spionifavoriteconfraternitesoldatipeggiosoprannomistrada foto,  sposicoppieviciniluttogiovaniauto-motocostumi da bagno).
Consiglio a chiunque sia interessato alle foto d'archivio di visitarlo...
Aspetto considerazioni sulle classificazioni ed i soggetti.

lunedì 1 ottobre 2012




PARTICOLARI
FOTO DI PRIGIONIA



Zio Umberto mi ha lasciato in eredità un mare di consigli saggi, tipo: “Ci si abitua a tutto”, e ne aveva ben donde. Con la stessa divisa, ugualmente inadatta, aveva affrontato da prigioniero sia il freddo della Russia che il caldo africano, approdando poi in Arizona. È comprensibile che nella seconda parte della sua vita non amasse molto viaggiare.
Tra i tanti ricordi e le poche cose che aveva portato con sé dopo la guerra e la prigionia spiccano due giornali. Il primo “The Sand Storm” è un vero e proprio giornale fotografico, una sorta di depliant dal quale si evince che i prigionieri americani, poiché si diventa proprietà del popolo che ti raccatta, vengono trattati come se fossero in un campo estivo.

Accanto alle foto  con ufficiali e segretarie dall’aria rassicurante e sorridente, vi sono un odontoiatra all’opera, farmacisti, un beccaio nel frigo che seleziona quarti di bue giganteschi destinati a sfamare gli affamati della guerra, elettrauto e pasticceri… tutti alacremente all’opera alcuni da militari altri da prigionieri. Il giornale è composto esclusivamente da foto in bianconero. Riesce bene nell’intento di fornire un aspetto umano a chi potrebbe con ben altri atteggiamenti occuparsi del detenuto per guerra.
 Anche le pose militari, paradossalmente, mi sembrano più rilassate, come se fossero lì veramente a garanzia della pace… del campo di prigionia. Ma credo di essere fortemente influenzata dal ricordo di zio Umberto che visse quel periodo quasi come felice dopo l’orrore che aveva attraversato i suoi occhi in special modo in Africa. Non so come avesse fatto in sei anni ad attraversare tutti quegli spazi… so però che quella americana dovete apparirgli come un’insperata oasi.

D’altra parte ricollocati anche in un lavoro che non fosse “forzato” dovette sembrargli un miracolo, come quello di poter aver a che fare con la farina: lui che è stato pasticciere tutta la vita. Di questo giornale fotografico che conservo gelosamente quasi che possa sbiadire al punto di non riconoscerne più neanche le immagini bianconero mi rimane particolarmente impresso l’odore che è lo stesso di mio zio, passato a miglior vita oramai da più di quindici anni. Ma poiché questo blog si occupa di fotografia ed è su questa che mi piace girare intorno e lavorare sottopongo alla vostra attenzione un dettaglio comune a quasi tutte le immagini che riguardano i prigionieri, ma che mi fa particolarmente soffrire per i detenuti-musicisti:




Nessuno ha diritto alla faccia. Persino il suonatore di fisarmonica è pietosamente piegato su se stesso per non offrire il volto alla macchina fotografica. Certo la mente corre a quelle immagini, ben più tristi dal momento che ritraggono militari senza scrupoli che adoperano il prigioniero come la fiera ottocentesca cacciata dal colono. Uomini che adoperano il ritratto fotografico a testimonianza e trofeo della propria supremazia e della propria ferocia inferta ad un prossimo disarmato.  Ciononostante quest’orchestrina mi fa venire le lacrime agli occhi. Forse zio Umberto sarebbe più bravo a spiegare perché.

lunedì 30 luglio 2012

Cosa ne saprebbe la maestra di Udine della guerra se non fosse documentata anche dalle foto di chi LAVORA LAVORA LAVORA giorni e giorni per raccontarla attraverso le immagini? Cosa ne saprebbe il fabbro di Oristano della fame del mondo, della lotta tra etnie africane, della siccità se qualcuno non si appostasse per catturare con l'obiettivo l'immagine capace di catturare l'attenzione in mezzo a dieci milioni di altre immagini?
Com'è bello poter votare l'ingiustizia di una foto "crudele, si badi bene crudele per un contenuto che è solo "ritagliato" e non provocato da chi la scatta, belli comodi alla scrivania di casa propria...
Eppure di quelle foto tutti si cibano per denunciare lo scandalo!!! In quanti blog hanno pubblicato la foto questa foto scattata per offrire forza alla propria denuncia? Prima di dare voti facili pensate seriamente.

(La foto fu scattata l’8 giugno 1972 a Trang Bang, a pochi chilometri da Saigon, dopo un bombardamento aereo con bombe al napalm. La bimba che fugge terrorizzata è Kim Phuc, allora aveva nove anni. Oggi Kim vive in Canada, è ambasciatrice della pace per l’Unesco e dirige una fondazione per aiutare i bambini vittime di guerra. La foto fu scattata da Nick Ut e gli valse il premio Pulitzer.)