venerdì 8 giugno 2012

LE RAGIONI DELLO SGUARDO

Sono alle pagine finali de "Le ragioni dello sguardo" di Francesco Faeta (Ed. Bollati Boringhieri)www.visualanthropology.net/libri.php, ultimo libro dell'antropologo verso il quale ho un debito molto alto dal momento che spesso le sue pagine sono state fonte di ispirazione e, più spesso, di soluzione di dubbi e percorsi di ricerca. Un libro che consiglio di leggere a quanti vogliono capire gli stretti legami tra l'antropologia e la fotografia.
Tra i tanti passaggi che mi hanno conquistata ne scelgo uno:

"...mentre si ricorda si rappresenta, mentre si osserva si ricorda, mentre si rappresenta si osserva. E le attività di sguardo antropologicamente connotate, ancora, concernono sia i mondi osservati, sia quel particolare tipo di costruzione culturale, che è la scienza sociale", op. cit. p.20.

Questo di Faeta è un libro raro che mette insieme i suoi percorsi di antropologo e di uomo, racconta la storia della disciplina antropologica nei suoi scatti, o meglio negli scatti dei suoi autori più famosi e nello stesso tempo ritrova negli scatti di anonimi, la storia dell'oggetto dell'antropologia: gli uomini.
Con riluttanza leggo le sue pagine finali... mi mancherà. Non mi resta che sperare in una prossima, vicina, pubblicazione.

mercoledì 11 aprile 2012

Morte in Foto

Non solo per Ferdinando II, re delle Due Sicilie, ma anche per gente comune, in special modo negli anni Cinquanta, l'attestazione dell'avvenuto decesso era certificata da una foto del malcapitato sul letto di morte.

Ferdinando II RE delle Due Sicilie (da Wikipedia)


Luogo e data della ripresa: Milano (MI), Italia, 1950
Materia/tecnica: gelatina bromuro d'argento/vetro
Misure: 10 x 15
Collocazione: Milano (MI), Regione Lombardia, fondo Studio Tollini, TLI_144_LS_DQ
Genereritratto
Compilatore: Ginex, Giovanna (2001)
Referente scientifico: Ginex, Giovanna
Funzionario responsabile: Minervini, Enzo

Nel corso di una ricerca svolta in Campania agli inizi degli anni Novanta classificammo, con l'antropologa napoletana Silvana Chianese, una quantità di fotografie relative al letto di morte, ma pure interi album fotografici che venivano dedicati alla morte come al matrimonio. Si trattava di raccolte che rendevano conto del letto di morte, del corteo funebre, della bara in chiesa e di un vero e proprio corredo di prefiche e parenti piangenti. Tra gli album ritrovati ce n'erano diversi risalenti anche alla fine degli anni Ottanta. Il senso di queste raccolte fotografiche? Rendere omaggio alla memoria dello scomparso, ma pure certificare l'importanza che per la famiglia aveva quella morte.
Il tiro a otto, il tiro a sei, la qualità e il numero delle corone, la presenza di notabili nel corteo, di prefiche, di familiari disperati... tutto era attestato nelle foto degli album e rimarcato ogni volta che una pagina lasciava il posto alla successiva da chi ci raccontava la storia di quel funerale. Sì, perché sostanzialmente gli album fotografici servono a raccontare la storia. "Questo è il vedovo... guardate nel corteo c'è anche l'amica della moglie che avrebbe sposato qualche anno dopo..."; "Quello è il vecchio parroco, quello che fece suonare la banda quando morì il bambino del fattore sotto l'aratro..."
E via così.
Esiste poi un'altra foto di Morte. Più intima, più personale. Si tratta della "pagellina". Si usa portare questa fotografia nel portafogli, nella borsa, nel cassetto, intrattenendo con essa una relazione più stretta, utilizzandola come costante riferimento al defunto. 
Quella ricerca: "Di fronte alla Morte. La foto come sistema di superamento della crisi e rifondazione della presenza", conta oramai quasi vent'anni. I suoi esiti dimostrarono come la foto di morte, in quanto rito nel rito, si imperniava attorno al paradossale desiderio di mantenere il legame di fronte alla morte e di assicurare il predominio della volontà di vita sulla tendenza a disperdersi. Il rito permette ai sopravvissuti non solo di gestire l'evento morte, ma di risollevarsi da quel senso di generale disorientamento in cui la morte li ha fatti precipitare. La foto di morte come rito nel rito, appunto, riveste per i sopravvissuti un'importanza tale da renderne difficile sia il reperimento che la riproduzione. Molti si sono lasciati convincere a prestarci le loro foto allo scopo di riprodurle per la Federico II, solo per interposta persona e dopo parecchie insistenze. D'altra parte anche io e Silvana avvertivamo un certo disagio a "sezionare" le foto, a parlarci attorno, ad estrapolarne informazioni, considerato che erano foto di morti e di loro parenti disperati... ci sembrava di violarne "l'intimità", di rubare qualcosa che apparteneva ad altri, al loro dolore, al loro cordoglio. Anche le domande che ponevamo agli intervistati, di regola parenti prossimi dei protagonisti delle foto, ricevevano risposte infastidite, spesso stringate.
A supporto della ricerca ci piaceva ripetere le sagge parole di Roland Barthes: "... bisogna pure che in una società la Morte abbia una sua collocazione; se essa non è più (o è meno) nella sfera della religione allora dev'essere altrove: forse nell'immagine che produce la Morte volendo conservare la vita". (da La Camera Chiara. Nota sulla fotografia, Torino, Einaudi, 1980).

sabato 24 marzo 2012

Il fotografo ambulante

I fotografi ambulanti macinavano chilometri e chilometri, spesso sul dorso di muli, forniti di fondali dipinti, di un set formato dall'immancabile treppiedi e della macchina a chassis, per raggiungere paesini sperduti, a volte case sparse sulle colline, tra le montagne, in mezzo a distese di verde... pur di raggiungere papabili clienti. Questi clienti si presentavano in forma compatta: la famiglia intera riunita si premuniva di indossare l'abito della festa, posizionando le sedute in maniera tale da rispettare la formazione di "importanza" all'interno del gruppo; la faceva franca solo l'ultimo nato, che non reggendosi in piedi da solo finiva per trovarsi al centro in braccio alla madre.

Questo tipo di foto pur nella sua ingenuità già all'epoca, parliamo di una foto appartenente agli inizi del 900, dava al soggetto la possibilità di essere in un luogo "diverso". Il fondale dipinto, ma anche un lenzuolo od una coperta nei casi in cui il fotografo non fosse fornito di quelle splendide pitture corredate di colonnine, scaloni di marmo e panoramiche terrazze, consentivano al soggetto di essere trasportato metafisicamente in un posto più dignitoso, meno povero.
Ma il ciglio della strada, il contesto generale che la foto non esclude non rende comunque evidente la piccola truffa? Probabilmente i soggetti sono troppo ingenui per accorgersi anche di questo dettaglio: l'importante è essere tutti vestiti bene e con le scarpe ai piedi.

In realtà anche la foto in studio in quegli stessi anni si giovava di fondali dipinti e tavolini ai quale poggiare gomiti in eccedenza, ma per la sua ingenuità e per le facce seriose dei soggetti, quella in strada mi ha da sempre conquistata di più.

Quante volte prima di accontentarci dello scatto cambiamo le pose e gli sfondi. A modo suo anche questa foto lo fa. Consente ai soggetti di essere "al meglio", dal loro punto di vista, chiaro. Mi sembra che la foto abbia da sempre assolto alla funzione di "specchio del reame". Probabilmente non per la sola vocazione al ritratto, per il quale, d'altronde è sempre stata largamente utilizzata, ma proprio per la possibilità di specchiarci in essa meglio di come siamo, di come ci vediamo. Proprio per questo la famiglia intera, oltre che il singolo, doveva essere in pompa magna: per dimostrare al mondo la sua "buona" condizione. Allo stesso scopo vi sono una serie di immagini risalenti al primo conflitto mondiale, in cui negli studi fotografici appaiono solo le donne con figli. Sono foto destinate al padre militare in guerra, foto che spesso annunciano meglio di qualunque scritto, ad esempio, che il figlio atteso è arrivato, che i più grandicelli stanno bene e che la moglie lo attende. Tutte queste cose? sì. La foto è tutte queste cose.
Alberto Baldi, professore di antropologia presso la Federico II, ha scritto tanto e bene a proposito di questo genere di foto, in particolare sulla fotografia lucana, e per suo conto nel 1995 mi trovai a svolgere una ricerca in Basilicata sui fotografi d'archivio. Il Centro Dipartimentale per lo Studio della Cultura Popolare, dell'Università di Napoli Federico II, ha un archivio molto fornito di tali immagini. Si tratta di una raccolta di valore demologico inestimabile capace di raccontare la storia della famiglia, dell'emigrazione, della vita e della morte, delle tradizioni religiose e di quelle pagane della Basilicata. Baldi aveva scovato una raccolta di stampe da dagherrotipo di oltre cento fotografie. Del fotografo che le aveva scattate, però, non sapevano nulla se non della sua origine melfese. Con una collega antropologa, Silvana Chianese, facemmo tappa a Melfi. Dopo varie infruttuose visite un'insegnante della scuola elementare che collaborava con il Centro ci accompagnò
da un'anziana parente. La signora aveva 92 anni. Le mostrammo le stampe sperando che riconoscesse qualcuno nelle immagini. Erano tante. Nello sfogliarle la signora sorrideva e annuiva. Con le lacrime
agli occhi ci indicò in un gruppo familiare una neonata, vestita con l'abito in fasce lungo oltre i piedi che si metteva ai bimbi il giorno del battesimo. Una cuffietta bianca completava l'abbigliamento. Con dolcezza e commozione ci disse: "Quella bimba ero io". Non dimenticherò mai quel momento. Mi sentivo meglio di Colombo! Avevo le lacrime agli occhi anch'io mentre la signora dava nomi e storie a tutta la collezione, fotografo compreso.
Da quel giorno ho capito che nessun lavoro nella vita mi avrebbe potuto dare di più di quello dell'antropologia.

domenica 8 gennaio 2012

La foto-ricordo!

Un'amica mi ha proposto un'immagine nella quale eravamo abbracciate alla festa di una terza amica.
Mi sono rivista nel gruppo, ho riconosciuto il vestito, sorriso della pettinatura e considerato che ero cambiata parecchio... ma se non avessi rivisto la foto mai per me ci sarebbe stato quel momento. Non ci sarebbe stato non solo nel senso che mai mi sarebbe venuto di rievocarlo (non accadde nulla che abbia reso memorabile la circostanza!), ma perché i dettagli di quella circostanza non sarebbero stati presenti tutti insieme. Avrei forse ricordato della pettinatura corta e sbarazzina del periodo, osservato che vent'anni fa, quando ero agli inizi dell'esperienza universitaria portavo spesso i calzoncini, e un insieme di altri particolari, ma mai mi sarei rivista così.
Grazie alle fotografie riusciamo a ri-vederci, ma anche a vedere quanto siamo cambiati, troviamo le espressioni, le facce, i corpi delle persone che eravamo. Non sempre questa è un'esperienza piacevole, anzi spesso sembra che fossimo proprio buffi e sembra strano che nessuno ridesse al nostro passaggio in strada! Trovo, poi, che la foto a colori sia particolarmente impietosa rispetto a quella in bianco/nero e che solo la patina della memoria salvi le vecchie foto. Il numero crescente di fotografie scattate, poi, ha di molto peggiorato la qualità dei soggetti! Intendo dire che negli anni Settanta, quando i fotografi erano tanti ma certo non ti fotografavano ogni momento come oggi, ancora era fatta salva una certa dignità dei soggetti. Eri vestito in maniera decente quando ti fotografavano. Era una circostanza in qualche modo "sensata". Non rischiavi di vederti immortalato mentre addentavi una fetta di salame a cena da tua sorella.
Le foto degli anni Ottanta, poi, non so perché mi sembrano particolarmente scialbe. Sembriamo tutti fuori posto. Provate a fare una ricerca su Google di foto anni Ottanta ... sembra che tutti  i barbieri fossero in sciopero e che indossare abiti lisi sia di moda! Solo i VIP erano patinati e i capelli cotonati per ore vivevano una vita propria! Ma quanto erano fighi i DURAN DURAN, capelli cotonati compresi.

domenica 1 gennaio 2012

BUON 2012!!!!



In genere ci rimangono nella mente immagini che sottolineano la durezza e la crudeltà della vita. Anche passati anni ricordo molto bene  le centinaia di occhi di bimbi africani che mi hanno rubato l'anima mentre chiedevano di essere adottati a distanza, o quelle che nella loro immediatezza raccontano di un gesto disperato ed orgoglioso, come quella del ragazzo solo davanti ai carri armati di piazza Tienanmen, od ancora quella della bimba vietnamita che avanza piangente e nuda... 
Nei miei ricordi per immagini, poi, ritorna spesso una foto che fu mostrata da Mino Damato in una puntata del Maurizio Costanzo Show e che ritraeva sua figlia adottiva Andreia nell'atto di porgere il viso al sole e che per lui racchiudeva tutta la felicità del mondo (1). Un'immagine che mi colpì moltissimo non solo per la bellezza della bambina e del vento che le portava alti i capelli, ma perché era stata preceduta da altre che mostravano la stessa bimba all'inizio della sua conoscenza con Mino, quando i segni della malattia che se la sarebbe portata via, l'Aids, erano molto evidenti.
Ebbene questa foto che vi mostro, rubata ad un altro Blog sull'argomento Ninna-nanne, mi ha subito fatto sorridere... mi ha invitato per questo nuovo anno ad una collezione di immagini che abbiano come riflesso incondizionato e sotterraneo una inevitabile felicità!!


Auguri... Barbara.






(1) Mino Damato, classe ’37 e originario di Napoli. E’ stato coraggioso inviato di guerra per la Rai e conduttore di molte trasmissioni, tra le quali ricordiamo Domenica In (celebre la sua camminata a piedi nudi sui carboni ardenti) e Incontri sull’Arca, di cui è stato anche autore. Passionale e idealista, Mino, durante la sua vita, si è impegnato a migliorare quella di bambini abbandonati e malati di Aids, impegno che si è trasformato in uno slancio di puro amore, quando adottò Andreia, di origini rumene, morta nel ‘96 a soli sei anni. L’incontro di Mino con il dolore e la sofferenza dell’infanzia lo ha portato a fondare l’associazione Bambini in Emergenza, alla quale si è dedicato con incessante devozione fino agli ultimi giorni della sua vita.

lunedì 5 dicembre 2011

E' DI SCENA... ANNA CAMERLINGO

In occasione della pubblicazione del libro fotografico "Questi Fantasmi" edito da Rai Trade in omaggio alla commedia di Eduardo De Filippo, riproposta da Massimo Ranieri per Rai Uno, incontriamo Anna Camerlingo, fotografa che da anni realizza reportage "dietro le quinte". La competenza e la caparbietà nella ricerca dello "scatto" giusto, danno alle foto di Anna una connotazione che di volta in volta sorprende per profondità e carattere "inedito". La sua capacità più rappresentativa, infatti, è a mio giudizio, quella di realizzare immagini mai banali, che necessitano di letture multiple per poterne apprezzare veramente la quantità di livelli.

A solo titolo esemplificativo vi propongo qui sopra uno dei suoi ultimi scatti che ti trascina letteralemente dentro la scena, poi vi lascio alle sue parole che seguono un divertente siparietto con Jocelyn....